Dicembre 1972, una lunga tradotta con i sedili di legno procedeva attraverso la pianura padana, trasportava le reclute dal centro addestramento alle caserme operative, rilasciando ad ogni stazione gruppi di soldati alle destinazioni assegnate. Alla fine toccò al nostro gruppo scendere, la maggioranza montò su mezzi militari, noi, i pochi rimasti, già avevamo avuto modo di parlarci e di conoscerci, ci incamminammo a piedi verso la nostra destinazione, l’ospedale militare. La mattina dopo, cambiate le mostrine ed indossate quelle amaranto, eravamo effettivi di sanità.
Non ci volle molto per scoprire che tutti i soldati della compagnia sanità erano come noi, tutta la sinistra parlamentare ed extraparlamentare dai socialisti agli anarchici era rappresentata, ovviamente ci avevano radunati lì in modo da tenerci lontani dai reparti operativi.
La vita in ospedale militare non aveva nulla a che fare con la vita in caserma, niente addestramenti, esercitazioni, marce, poligono di tiro.
Tranne alcuni impegnati nei servizi logistici la maggior parte della compagnia era operativa nei reparti di cura e diagnosi, affiancando medici e tecnici militari, a contatto con giovani in visita di leva e soldati che venivano dai reparti operativi infortunati, ammalati, convalescenti o con grosse difficoltà nell’adattarsi al servizio militare. Bastava passare al reparto “neuro” per incontrare ragazzi estremamente fragili, qualcuno con problemi di tossicodipendenza, alcuni autori disperati di atti di autolesionismo, altri con storie di sofferenza alle spalle, incapaci di reagire di fronte ai ritmi ed alle modalità della vita militare, inascoltate le loro voci e valutate superficialmente le loro condizioni psicologiche, ammassati in un reparto chiuso, privati della possibilità di relazionarsi con l’esterno, sedati con qualche psicofarmaco, avendo praticamente solo la possibilità di interagire, di parlare e di essere ascoltati dai soldati addetti al reparto, che ogni giorno incontravano gli sguardi persi, gli occhi gonfi, i visi smunti, le gestualità lente e quasi automatiche, le parole biascicate confusamente.
I soldati della compagnia sanità erano e sentivano di essere l’unico sostegno umano e psicologico cercando di alleviare le sofferenze e la disperazione dei soldati ricoverati, mettendo in gioco più che il loro spirito critico tutta la loro umanità, la disponibilità all’ascolto, all’aiuto, al conforto.